Due chiacchiere con il Pres

Nuovo anno, nuove abitudini in casa Aposa: dopo un lungo silenzio rompe il ghiaccio il presidente (e notaio..) Cosenza, che ci concede questa intervista, a testimonianza – chissà, ora provvediamo a chiedere – di un nuovo corso verdenero.

D: Presidente, finalmente, bentrovato! Allora non è vero che non hai più voglia d’Aposa?
R: No, assolutamente, la voglia c’è sempre, e anche la volontà di restare assai defilato; come è noto non rivesto alcun ruolo operativo – e neppure intendo farlo – ma non per questo mi disinteresso di cosa accade fra la palestra Shakespeare e lo Sferisterio.

D: Insomma, una sorta di Cavaliere Oscuro che veglia sui i verdeneri?
R: Citazione cinematografica impegnativa e che mi dà lo spunto per una battuta. I miei più cari amici avevano soprannominato mio padre il “Commendatore Mascherato” prima e il “Grande Ufficiale Mascherato” poi, giocando sul suo titolo e sulla circostanza che, nonostante spesso venissero a casa nostra, per anni mai l’hanno visto, essendo lui sempre molto assente per motivi professionali. Ecco, io allora, se come dice Marquez in quel capolavoro de “L’amore ai tempi del colera”, “un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre”, mi posso definire il “Presidente Mascherato”.

D: E allora, Presidente Mascherato, partiamo subito con una domanda a freddo sul momento calcistico: come stai vivendo l’esperienza C1 e come la sta vivendo tutto il mondo Aposa?
R: Io la vivo come vivevo la C2 e la D: con grande serenità ed un certo distacco, consapevole che il calcio a cinque è una bella passione, ma nella vita c’è anche altro. Certo, avere raggiunto, con così poche risorse, la massima categoria regionale è motivo di grande soddisfazione da un lato nonché entusiasmo dall’altro. I momenti di difficoltà, soprattutto nello sport dilettantistico, sono frequenti, e l’essere in C1 diciamo che può dare quella spinta in più per superarli ed andare avanti. Sopra ogni cosa c’è tuttavia la consapevolezza che il nostro progetto, seppure con tante fatiche, funziona, e che un calcio a cinque diverso, a Bologna, è possibile.

D: Di cosa sei veramente soddisfatto del cammino percorso fin qui?
R: In termini assoluti, dalla fondazione ad oggi, dello staff. Tante persone in gamba, con enorme entusiasmo, a cui ho dato veramente carta bianca, ponendo, fin dall’inizio, solo alcuni punti fermi: lavorare sui giovani, costruire un gruppo, l’aspetto umano prima di tutto, non fare passi più lunghi della gamba, non lasciare debiti in giro. A questo tenevo e tengo in maniera particolare, Aposa è una società povera ma onesta. Se invece penso a quest’ultima stagione sportiva, mi ha colpito, pur nelle difficoltà che stiamo attraversando, l’attaccamento alla maglia dei ragazzi. A dicembre molti hanno ricevuto offerte, anche economicamente importanti, ma nessuno ha lasciato. Vuol dire che si è costruito un bell’ambiente, che c’è calore umano, e di tutto ciò sono molto orgoglioso. Lo sport dilettantistico non deve essere né business né visibilità, ma innanzitutto condivisione di valori.

D: Se tornassi indietro cosa non faresti e cosa rifaresti?
R: E’ una domanda molto difficile, perchè.. io non ho fatto nulla! Dal punto di vista gestionale credo di non avere mai imposto una decisione o condizionato una scelta, in Aposa funziona così, ci sono tante persone che hanno la mia totale fiducia e mi aspetto che si occupino loro, ciascuno per le proprie competenze, di tutto, dal budget ai giocatori al materiale. Può sembrare strano ma così sono abituato a lavorare, ed è questo il modello che ho riproposto nella nostra società. Mi spendo giusto sul “cosa rifarei”: dopo le dimissioni da allenatore della prima squadra di Andrea Milani, fu io a pensare a Riccardo Dalena e ad insistere su di lui. Credo sia stata l’unica volta in cui spinsi per una scelta, e devo dire che forse non ho proprio sbagliato.

D: Parlaci della juniores
R: La juniores è la mia prima preoccupazione. Probabilmente ho visto più partite dei giovani che della prima squadra, e provare a rafforzare il nostro settore giovanile è la grande sfida che ho lanciato. Ma tutto ciò non perché Aposa sia una società modello, bensì perché questo dev’essere lo spirito dello sport dilettantistico, che ha per definizione una preponderante carica sociale, e l’attività della juniores va in questo senso. Mi rammarica molto sapere di altre società che non hanno una squadra giovanile, benché obbligatoria, e poi offrono rimborsi folli a giocatori vari. A noi la juniores costa 5.000 € all’anno: potremmo non farla e allungare quei soldi a qualche solito noto con cui salvarci, ma questo non è lo sport che voglio. Purtroppo questa situazione è lo specchio del Paese, c’è chi investe sui giovani e chi raggira le regole, poi magari si lamenta anche. La sera, tuttavia, nelle piccole come nelle grandi cose, tutti dobbiamo rispondere alla nostra coscienza. Finché sarò nel calcio a cinque, io continuerò a mettere i giovani al centro delle mie attenzioni.

D: Che propositi ci sono per la seconda parte di stagione in C1 e juniores?
R: Dal punto di vista sportivo è chiaro che la prima squadra deve fare il possibile per raggiungere i play-out. E’ una rincorsa durissima, ma ho visto grande motivazione, nei ragazzi e nello staff. Io non chiedo mai nulla, se non il massimo impegno, e ho fiducia in tutta la squadra. La juniores, invece, ha grandi potenzialità. I playoff sono un sogno, ma perchè svegliarsi? Che giochino partita per partita, poi alla fine si penserà alla classifica. Fuori dal campo, invece, si sta già lavorando per rafforzare la società. Giovani, impianto, magari qualcuno che mi affianchi, ci sono tante idee, si vedrà.

D: Qualcuno che affianchi? Pensi di lasciare?
R: No, ma io non vivo di calcio a cinque o per il calcio a cinque. C’è gente che, forse avendo una vita non particolarmente soddisfacente, si vanta di essere un “presidente di calcio a cinque”, o un “allenatore di calcio a cinque”, o un “dirigente di calcio a cinque”, di A, A2, B, C1, C2, D e così via. A me non interessa, sono in questo mondo perché ho un progetto e certe idee: se dovesse arrivare qualcuno con più risorse e più voglia di me, che condivide certi miei presupposti, non esiterei un attimo a lasciargli Aposa, per il bene di Aposa stessa. Gli uomini passano, le idee restano, diceva Falcone, ardisco a citarlo, ed anche i presidenti passano, l’importante che restino le società. Tutto qui.

D: Hai mai invidiato o almeno preso idee o esempio dalle società avversarie?
R: Non invidio le donne degli altri figuriamoci i giocatori! Battute a parte, credo sia segno d’intelligenza guardarsi intorno e prendere ispirazione da quanto di buono si vede. Ed è quello che ognuno dentro Aposa fa: porta nella nostra società le esperienze positive raccolte e vissute in altri sodalizi, cercando di fonderle insieme. A livello di impianto e di sviluppo del settore giovanile abbiamo sicuramente tanto da imparare, i modelli degni di nota in tutta la regione sono tanti, forse, rispetto ad altri, ci manca qualche risorsa. Ma vuol dire che allora dovremo essere ancora più bravi.

D: Torniamo in casa nostra: pregi e difetti della squadra di C1.
R: Domanda troppo tecnica per me. Azzardo un difetto: abbiamo scarsissima propensione realizzativa. E visto che in questo sport prima o poi gol lo subisci, questo limite ha fortemente condizionato il nostro cammino. Un pregio enorme è, ad oggi, non avere mollato. Classifica difficile, tanti infortuni, qualche episodio in cui la buona sorte non ci ha assistito, era facile rischiare di mettere i remi in barca aspettando una poco dignitosa fine. E invece, anche se a volte a fasi alterne, ho visto sempre una certa luce accesa negli occhi dei ragazzi. Ecco, e lo dico in primis a loro, a prescindere da come andrà vorrei quella rabbia in campo fino all’ultimo minuto dell’ultima partita.

D: Dello staff cosa ci dici?
R: L’ho già citato e celebrato un paio di volte, non posso che ripetermi, tutti in gamba, capaci, con enorme voglia e passione, consapevoli che qui bisogna fare le nozze con i fichi secchi. Parlo di una persona sola perché è quella accanto a me da più tempo e senza la quale avrei già lasciato questo sport: Roberto Croci. Ci conosciamo dal 2004, siamo insieme dal 2006, tanto che nel frattempo ho avuto un paio di ragazze che si riferivano a lui come “la mia fidanzata”, è una persona che mi ha dato tantissimo, soprattutto fuori dal campo. Il calcio a cinque dev’essere occasione di divertimento e di crescita, e a Roberto devo moltissimo, non solo come presidente ma soprattutto come uomo. Ma lo devo a tutti i membri dello staff, perché da ognungo di loro, così come da ogni ragazzo, della prima squadra e della juniores, ogni volta che posso imparo qualcosa. Questo, per me, è Aposa.

D: Tornando al campo, qual è la tua idea sul campionato di C1 in generale?
R: Ho assistito a poche gare, non posso essere preciso né attendibile, ho sentito qualcuno lamentarsi del livello tecnico, io fatico a dare un giudizio sul punto, di certo l’agonismo non manca. Accanto ai soliti noti ho visto un po’ di giovani, spero di vederne di più. Così come confido in norme sempre più stringenti sull’utilizzo degli under, sull’obbligo della juniores, e su campi da calcio a cinque non all’aperto o di dimensioni pari a quelle del mio salotto. Capisco le difficoltà, capisco il momento, ma la C1 dev’essere la categoria regina: se non soddisfi certi requisiti non ti iscrivi. Anche a me piacerebbe correre in MotoGP, ma non è che se mi presento in Vespa 50 e dico che tanto le scuderie sono poche, e poi che c’è la crisi, e poi non so altro, mi fanno iscrivere. Inoltre, chi non fa la juniores o ha un campo non in regola non è vero che non ha soldi, semplicemente li spende in rimborsi spese per gli atleti che poi, magari, fanno la differenza in campionato. In altri anni e in altri contesti si sarebbe parlato di doping amministrativo: ecco, l’espressione mi sembra attuale anche nella nostra piccola realtà. La Federazione, e capisco bene e non ne faccio una colpa, fatica ad essere più rigida, spererei certi spunti rigoristici possano venire da quelle società in regola, e sono la maggioranza, danneggiate da queste situazioni.

D: Per concludere, cosa pensi del nuovo e bravissimo dirigente arrivato in Aposa?
R: Ahahahha, Moreno, sei un grande. Sono felice di avere anche te in questa “gabbia di matti”, qualcosa mi dice puoi dare tantissimo! E mi raccomando, come sempre ricordo, per ogni problema o richiesta, sai che puoi fare  riferimento all’unica persona che nella nostra società conta veramente: Nicola Vitullo. Tu, però, secondo me sei sulla buona strada per affiancarti a lui.. Grazie della bella chiacchierata, buon anno e forza Aposa.

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